Qualcuno la definisce “l’unica vera voce innovativa della letteratura giapponese degli ultimi vent’anni”. Si potrebbe obiettare che questa definizione, in generale, sia piuttosto da attribuire ad Haruki Murakami, da parecchio tempo in odore di Nobel. Tuttavia per quanto concerne il genere giallo, si può tranquillamente asserire che sia Natsuo Kirino (pseudonimo di Mariko Hashioka) l’esponente di maggior spicco. La sua vicenda letteraria è piuttosto inconsueta, visto che approda alle sue opere più famose dopo essere partita da scritti rosa e romance, che peraltro sono piuttosto inusuali in Giappone.

Il primo romanzo di grande successo, più vicino all’hard boiled e al noir che non al giallo classico, è “Pioggia sul viso” (ed. Neri Pozza). E’ qui che compare per la prima volta la protagonista della sua serie, Miro Murano. La donna, figlia di un detective privato in pensione, si trova coinvolta in una vicenda complicata che si trasforma in una corsa contro il tempo. Da poco è vedova e si è trasferita in un appartamento a Tokyo. Nel cuore della notte riceve una telefonata a cui non risponde. Il mattino seguente si presentano alla sua porta due uomini: uno dice di essere l’amante della sua amica Yoko, una scrittrice e giornalista d’inchiesta, mentre l’altro è un esponente della Yakuza, la mafia giapponese.

A forza la portano davanti al boss, il quale le comunica che l’amica è scomparsa, rubandogli 100 milioni di yen. Lui sospetta che lei sia sua complice. Miro Murano nega e allora lui le concede una settimana di tempo per recuperare il denaro o per dimostrare la sua estraneità ai fatti. Parte da qui la ricerca disperata di Yoko, sulla quale si viene a sapere che forse si sta nascondendo perché, durante un reportage in Germania sul razzismo, ha assistito all’omicidio di un capo neonazista.

Inoltre per infiltrarsi, Yoko a Berlino si travestiva da prostituta e frequentava club sadomaso e bondage. Perché? Cosa stava cercando? Tante domande che troveranno risposta nel finale del romanzo, ovviamente. Nel secondo romanzo pubblicato in Italia, sempre da Neri Pozza, Miro Murano viene incaricata di trovare una ragazza, Riina, che è protagonista di un presunto stupro in un video intitolato “Ultraviolence”: la detective si addentra nel mondo inquietante delle produzioni hard core che si spingono al limite e anche qui non mancheranno sorprese e pericoli per la protagonista, che rischia anche di essere violentata. Ne “La notte perduta degli angeli” pornografia e prostituzione sono il filo conduttore di un’indagine nel sottobosco della criminalità.

Tuttavia l’opera più famosa della scrittrice rimane “Le quattro casalinghe di Tokyo” (ed. Neri Pozza): un noir a tinte forti dove queste donne, alle prese con le difficoltà della vita quotidiana, tra lavoro umiliante e famiglie difficili, decidono di diventare delle macellaie per la delinquenza, facendo sparire i cadaveri scomodi. Se le storie di Natsuo Kirino sono per stomaci robusti, è interessante notare che ci fornisce un’immagine del Giappone contemporaneo che esce dai cliché e dagli stereotipi a cui siamo abituati: le città sono cupe e spesso insidiose; la società è lontana dall’immagine che ne hanno gli occidentali, perché disperazione e povertà si scontrano con ambizione e arrivismo. Tutti i personaggi sono in cerca di un riscatto, arrivando spesso dalle province agricole, e disponibili a qualsiasi compromesso o abiezione pur di riuscire a ottenere condizioni socio-economiche migliori.

Qualità come onore e di umiltà, che da noi vengono spesso associati alla cultura nipponica, qui sono ribaltati e barattati pur di trascendere il punto di partenza. Ne esce il quadro di un mondo fondamentalmente triste e sottomesso a un’etica del lavoro che non lascia scampo all’interno dei contesti urbani.

Solo chi continua a vivere nelle realtà rurali sembra aver mantenuto una tranquillità e una serenità che le metropoli schiacciano senza nessuna pietà. E che questa visione negativa sia propria degli scrittori giapponesi attuali, viene confermato da un altro romanzo, pubblicato di recente da Feltrinelli: “L’uomo che voleva uccidermi” di Yoshida Shūichi. Anche qui siamo dalle parti del crime-noir piuttosto che del giallo. Una ragazza lascia la cena con le amiche perché dice di dover incontrare un uomo e in quel momento scompare. Sarà ritrovata cadavere il giorno seguente in un passo montano a diversi chilometri da dove si trovava la sera precedente. Chi doveva vedere? Perché è stata uccisa? La risposta a queste domande giungerà nel finale, con il classico colpo di scena, ma non è questa la peculiarità per cui valeva la pena leggere questo libro. Il torbido mondo delle chat erotiche, dei love hotel e del sesso a pagamento fa da sfondo alla descrizione di una provincia giapponese (siamo tra Fukuoka e Nagasaki e non nella capitale) dove la solitudine, l’incapacità di amare, la desolazione delle periferie e i comportamenti conseguenti vengono illustrati con pessimismo e tristezza.

Il Sol Levante, dunque, si racconta fornendoci un’immagine sfavorevole di se stesso, quasi senza speranza: l’unica e aleatoria è quella fatua del gioco d’azzardo, dalle lotterie al pachinko. La delicatezza degli ikebana e degli origami viene spazzata via da una rabbia sociale latente, che prima o poi esplode nell’omicidio e nella violenza. Gli insegnamenti della saggezza buddista e dello Zen vengono travolti dalla crudezza di una realtà spietata che stritola e condanna  tutti quelli che si riconoscono inadeguati ad affrontare una società iper-competitiva e ultraconsumistica. Insomma si tratta di una parte della letteratura gialla che non può mancare nel bagaglio degli appassionati e di chi vuole conoscere meglio questo lontano Paese.

Davide Savorelli

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