Il blog degli amanti della letteratura gialla, noir e poliziesca

Archivi del mese: luglio 2016

giallo padre brown (5)Nella casa del mare, tenuta miracolosamente in ottima efficienza senza spostare un ninnolo per oltre mezzo secolo, trovo una cassa di libri con cui il vecchio proprietario allietava le sue estati. Un cofano magico, una macchina del tempo. Gialli a profusione, i Mondadori con la “Rivista di Ellery Queen” in appendice, ma anche quelli precedenti, tanti titoli di autori americani di genere “poliziesco” un tempo famosi e ora dimenticati, tanti “Segretissimo”, con in copertina donne procaci, smilzi e improbabili “Urania”. Romanzi Longanesi. E poi la mitica BUR, la Biblioteca Universale Rizzoli, i modesti libretti (10X16 cm, copertina spartana grigetta, ben rilegati a filo bianco) a cui devo tante importanti letture giovanili. Tra la polvere spunta “La saggezza di padre Brown”, volume che costituisce il seguito de “Il candore di padre Brown”.

Subito nella testa mi suona un motivetto: “Ho la sottana celebre/e sono un prete celibe/che si interessa al crimine/solo per salvar l’anima/di un povero ladron/Il vero crimine è il pessimismo…” E giù il coro: “Giusto padre Brown, giusto padre Brown…”. Capisco, non tutti quelli che leggono sentono (per motivi puramente anagrafici) lo stesso campanello di allarme: trattasi infatti della sigla dello sceneggiato ispirato alle imprese del personaggio (un prete cattolico) creato dallo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (Londra, 29 maggio 1874 – Beaconsfield, 14 giugno 1936) che la Rai realizzò nel 1970, protagonista e autore delle musiche Renato Rascel. Arnoldo Foà (altra gloria attoriale) era il ladro redento Flambeau. La fiction incontrò un grande successo di pubblico: una puntata totalizzò circa 21 milioni di spettatori.

Mi metto dunque a leggere con curiosità, placidamente accomodata sulla sdraio in giardino, il primo raccontino del libro, “L’assenza del signor Coppady”. Beh, il tempo passa, c’è poco da fare. E anche quelli che ci sono sembrati eroi un tempo oggi faticano a conquistare la nostra attenzione, prima ancora che il nostro apprezzamento. Troppo grande la distanza tra i mondi, i ritmi narrativi, gli intrecci. Allora mi viene da pensare alla serie televisiva della BBC del 2013, che qualche volta ho seguito, ambientata nel 1950. Non faccio certo paragoni tra Renato Rascel, il “piccoletto”, e l’ottimo ma un po’ troppo corpulento Mark Williams. Mi sembra comunque che trasposizioni televisive di ottimo livello come queste (bravi attori, ambientazioni impeccabili, a volte addirittura affascinanti, aggiornamenti nelle trame) siano l’unico modo (o un modo intelligente) per salvare capolavori come quelli di Chesterton, sulla carta tanto datati da risultare quasi illeggibili.

Viva dunque il canale 143 di Sky, che ci sta regalando una piacevole estate con le sontuose interpretazioni di Poirot e miss Marple affidate a David Suchet, Geraldine McEwan e Julia McKenzie. A ripensarci perfino Peter Ustinov e la mitica Margaret Rutherford mi sembrano sempre meno proponibili.

Nelle sue Lettere dal carcere, Gramsci scrive: «Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto “protestante” che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende più gustosi i racconti.». De gustibus.

Susanna Cressati

gentlyNon so voi, ma subisco il fascino di questi ispettori un poco ombrosi e “solitari”, integerrimi, ma molto umani nel condurre le indagini. Insomma non so se anche a voi piace l’ispettore Gently. A me moltissimo e cerco di non perderne una puntata (non sempre ci riesco). L’ispettore Gently è una serie televisva della BBC trasmessa il giovedì sera (21.20) su RaiPremium. La prima puntata è andato in onda l’8 aprile 2007 e la serie è andata avanti fino al 2015: 7 stagioni sempre un successo ogni anno. Come accade spesso, anche per l’Ispettore Gently l’origine è letteraria. Le storie in tv sono tratte dai romanzi di Alan Hunter scrittore inglese nato il 25 giugno 1922 e scomparo nel 2005. Hunter ha scritto tantissimi romanzi con protagonista George Gently, ma solo due anni dopo la morte dell’autore il personaggio è diventato protagonista in tv delle storie ideate da Peter Flannery. Da quanto mi risulta i libri non sono stati tradotti in italiano e quindi per gli appassionati la lettura sarà in lingua originale.

Chi è George Gently: è un ispettore della polizia inglese negli anni 60 (le storie sono ambientate nel 1964) un poliziotto vecchio stile, solitario che si è guadagnato il rispetto, ma che ha pochi amici. Dotato di intuito, unisce l’aspetto della comprensione alla fredda indagine (forse una versione british di Maigret, ma senza moglie visto che la signora Gently è morta gettando George nella più profonda solitudine). Accanto all’Ispettore Gently c’è il giovane detective John Baccus, a volte odioso e razzista, spiccio e superficiale, ma è proprio grazie al lavoro che svolge con Gently che riesce a migliorare. I due sono diversi, ma molto legati.

Le storie non sono mai banali e gli attori sono bravissimi: l’ispettore Gently è interpretato da Martin Show, mentre il detective Baccus da Lee Ingleby. Da vedere e da leggere (in lingua originale).

Elena


A proposito di commissari: ma chi è stato il primo a fare irruzione nella letteratura italiana? Forse bisogna risalire a un romanzo scritto nello stesso periodo di Pinocchio, molto prima che venisse dato alle stampe il primo grande noir di “casa nostra”, ossia Il cappello del prete di Emilio De Marchi.

Una Firenze cupa fa da sfondo a I ladri di cadaveri di Giulio Piccini in arte Jarro. Si tratta di un testo, pubblicato nel 1883 ( e riproposto qualche anno fa da Aliberti, con una bella postfazione di Claudio Gallo; oggi è disponibile su Amazon ), dove tutti gli elementi di un certo tipo di romanzo d’appendice sono presenti all’appello: personaggi truci e violenti, luoghi equivoci, bordelli, covi di canaglie, palazzi fatiscenti in cui allignano intelligenze maligne. Ma Jarro – giornalista e traduttore oltre che scrittore – precorre anche il poliziesco, infilando nella storia un morto ammazzato e un commissario, Domenico Arganti, noto con l’improbabile soprannome di Lucertolo: sbirro astuto, abile nei travestimenti, implacabile nel ragionamento deduttivo ( e tutto questo alcuni anni prima che conquisti il monopolio dell’investigazione un consulting detective di Baker Street). Quello che rimane il punto di forza del romanzo è l’ambientazione: anche se la storia è collocata nei primi decenni dell’Ottocento, Jarro si ispira in realtà alla Firenze Capitale del Regno, una città in frenetica trasformazione urbanistica, in cui vengono abbattute con la dinamite le antiche mura medievali e sventrato, in nome del risanamento architettonico e del decoro, il centro storico. Dietro a tutte queste operazioni: politicanti, funzionari del nuovo stato, galoppini e uomini d’affari più o meno gaglioffi pronti ad assaltare la diligenza. Insomma, una realtà che oggi stentiamo a raffigurarci: meno male che Lucertolo, elemento di punta del commissariato di via Valfonda, non guarda tanto per il sottile…

foto di Parigi Sozzi.

Tra i romanzi che “La Repubblica” propone quest’anno nel periodo estivo c’è anche ” La giostra degli scambi” di Camilleri. A fine lettura si percepisce, per la prima volta, un mistero, un mistero che anche i lettori più appassionati di Montalbano non hanno forse abbastanza considerato: l’assoluta mancanza di riferimenti al peso corporeo del protagonista. Tenendo presente l’incredibile quantità giornaliera di cibo che ingurgita – e che da sempre viene puntualmente descritta dal narratore – in queste ultimi vent’anni Montalbano deve avere abbondantemente sforato la soglia dei cento chili. A pranzo mangia abitualmente da Enzo (cofanate di antipasti di mare, pastasciutta al nivuro di seccia, calamari e triglie fritte etc. etc.); la sera fa fuori la cena preparata da Adelina (antipasti terragni, parmigiana alle melanzane, enormi quantitativi di polpi). A parte la nuotata mattutina e la passiata molo molo (che a malapena metterà in moto la digestione) non ha mai fatto sport, palestra e men che meno diete. Si dirà: un metabolismo benigno; ma dopo i sessanta anche il metabolismo rallenta, e parecchio, mentre permane il pititto lupigno.. .Insomma, il mistero c’è: attaccato a un personaggio al quale beninteso – chili o non chili, giovane o vecchio – siamo sempre affezionati.Altro…giostra scambi.png


10417832_10152584197967835_8849482152566147320_nLui è arrivato accolto tra gli applausi al Giffoni 2016 il festival cinematografico dedicato ai ragazzi. Lui è Giampaolo Morelli l’attore che ha interpretato sul piccolo schermo l’Ispettore Coliando tanto amato dagli spettatori, personaggio creato da Carlo Lucarelli. Giampaolo Morelli, dunque è stato ospite del Giffoni e la notizia l’apprendiamo dal giornale online Cilento Notizie. E proprio al festival dei ragazzi ha annunciato, ecco quello che a noi del Club del Giallo interessa, la sesta stagione dell’Ispettore Coliandro. Le riprese dovrebbero iniziare a partire dal 2017 e Morelli ha detto che potrebbe continuare ad vestire i panni del poliziotto “politicamente scorretto” appassionato di Clint Eastwood per tutta la vita. E i fan, come me, ringraziano.


Riescono quelle operazioni editoriali in cui uno scrittore contemporaneo ripropone qualche celebre personaggio del poliziesco o del noir? Mah, dipende…Convince poco il James Bond di Deaver, mentre Don Winslow supera il “maestro” ridando vita al letale agente Nicholaj Hel in Satori. Non parliamo poi della valanga di “apocrifi” sherlockiani che possono riempire la Fossa delle Marianne. In questo caso c’è di tutto e di più: una vestale del Canone è arrivata a inscenare lo scontro tra Holmes e il conte Dracula, nella brughiera inglese. Elementare Vlad…
Uno dei tentativi più riusciti è, a nostro avviso, quello del bravissimo Hans Tuzzi. Ne Il trio dell’Arciduca (Bollati Boringhieri 2014) compare una giovane, atletica, ma già corpulenta spia a nome Neron Vukvic, di origine montenegrina. Tuzzi crea una storia divertente, ricostruisce in modo ironico e magistrale il mondo dell’intelligence poco prima dell’attentato di Sarajevo: un mondo fatto di persone che si credono furbissime e che producono disastri immani. Neron “figlio di lupo” si rivela un ottimo segugio ma anche un uomo dal formidabile appetito: nelle sue scorribande tra Trieste e Istanbul mangia tutto quello che gli ammannisce la cucina danubiana e turca. Non stupisce dunque che, vent’anni dopo, divenuto un celebre investigatore nella Grande Mela, si spacci per raffinato gourmet. Sì, dai, si spaccia, millanta: come può essere definito “gourmet” uno che assume uno chef svizzero e giudica il non plus ultra delle ricette le “Salsicce Mezzanotte” accompagnate da birra?

P.S.: è da poco uscita la seconda avventura di Neron (Il sesto Faraone, sempre per Bollati Boringhieri).Storia che ricalca i protocolli del giallo classico, della golden Age, con la soluzione dell’enigma un po’ “telefonata”. Ma anche qui troviamo l’estro straordinario di Tuzzi nel dipingere Alessandria d’Egitto nel primo dopoguerra: multietnica, piena di fermenti, di misteri e attraversata da mille tensioni. E Neron s’aggira nel labirinto della sterminata città con la stessa determinata concentrazione con la quale coltiverà orchidee all’ultimo piano del suo celebre palazzo in arenaria rossa.

Altro…

foto di Parigi Sozzi.

Dopo il 25 aprile del 1945 tutti gli italiani esultarono felici per la Liberazione e si misero subito a ricostruire, come brave formiche, il loro paese? No, non proprio. Un quadro avvincente e spietatamente realistico di quei giorni ce lo restituisce Daniele Cambiaso nel suo ultimo romanzo Off Limits. Diciamo subito che tra i molti meriti del testo due devono essere indicati in modo particolare. Innanzitutto la grande conoscenza che l’autore ha di un periodo   estremamente complesso, segnato da un viluppo di aspetti contraddittori: questa conoscenza non si traduce ma in una mitragliata di nozioni – come spesso succede in romanzi di ambientazione storica – ma si mette al servizio di una vicenda narrativa carica di tensione. In secondo luogo nel testo non c’è traccia di “amarcord”, di nostalgia di quel preciso momento, non compare sottotraccia il messaggio “si stava meglio, quando si stava peggio”. Siamo nell’ottobre del 1945, a Genova, e gli abitanti della città si trovano in una situazione spaventosa: la città è stata duramente colpita dai bombardamenti, c’è penuria di cibo, iniziano pesanti rese dei conto dopo quanto è successo durante la guerra. In questa situazione caotica molti rischiano di andare a fondo, altri riescono a galleggiare nel fango e a riciclarsi, magari dopo avere commesso azioni sanguinose. A questa categoria sembra appartenere Raul Fabiani, detto il Corso, che dopo trascorsi assai violenti come collaborazionista nella Francia occupata dai “boches”, dai tedeschi, fugge a Genova e si mette a fare il contrabbandiere di “bionde”, le sigarette americane. Ma qui viene trovato da Raymond Duquesne, un abile falsario di documenti operante nelle fila del maquis, la Resistenza francese, che qualche tempo prima era stato scoperto e affidato ai trattamenti poco amorevoli di Fabiani. Sembra giunta l’ora per il Corso, in realtà Duquesne ha bisogno di lui per recupera un consistente bottino e gli impone di formare una singolare “società” in cambio della vita. Già da queste indicazioni ci si rende conto della ricchezza di spunti e situazioni di Off Limits, ma la galleria di personaggi sbalzati con efficacia è lunghissima: Mara, la prostituta dai difficilissimi trascorsi: Barba Miché, l’unica persona con cui Fabiani abbia mantenuto rapporti di affetto, tanti relitti del fascismo appena abbattuto: da un ragazzo militante nella Guardia giovanile legionaria a un brigadiere della Mobile proveniente dalla polizia repubblichina. Al centro comunque il Corso che nel giro di poco più di un mese affronta mille pericoli nel labirinto dei carruggi ma riesce a riconquistare anche un pezzo doloroso del suo passato che riguarda suo padre, un violento rapinatore, Pierre le Sanglier, il “cinghiale”. E qui ci fermiamo avvertendo che abbiamo raccontato non la metà della messa – come ama ripetere un famoso commissario di Vigata – ma nemmeno un quarto. Il lettore godrà di tanti colpi di scena e potrà riflettere su come, in quei mesi decisivi dell’immediato dopoguerra, già fermentino gli aspetti più positivi e le peggiori nefandezze della nostra storia repubblicana. In altre parole, come radici che spezzano il cemento, stanno emergendo vari mondi: quello di sopra, quello di sotto e anche un “mondo di mezzo”.off limits.png