Il blog degli amanti della letteratura gialla, noir e poliziesca

Archivi del mese: giugno 2016

la ragazzaCi arriva un consiglio di lettura e noi ben volentieri lo pubblichiamo. Si tratta del libro di Fabio Ulano “Il mistero della ragazza senza nome”.

“Nella cornice maestosa di una località montana da poco divenuta meta di un turismo stagionale ricco e chiassoso viene rinvenuto il cadavere seviziato di una donna: giovane, bella, e senza nome. Il caso sconvolge l’equilibrio di un paese dai ritmi lenti ed autentici, dove lo scorrere del tempo segue il respiro della natura, costringendo i suoi abitanti e la piccola caserma locale dei carabinieri a un confronto forzato con le regole rapide e indecifrabili del vicino mondo “civile, moderno e progredito”.

Due storie si evolvono in parallelo tra la montagna e la città. Insieme ai protagonisti, ci muoviamo tra i viottoli silenziosi di un borgo che profuma di resina e legna arsa e i clacson impazziti di una città piagata dall’afa. Scorgiamo lo specchio di un lago montano che si apre improvvisamente davanti ai nostri occhi, Partecipiamo a un party esclusivo che si inoltra fino a notte fonda.

Il capitano Trillo, inviato dalla città a seguire le indagini accanto all’anziano maresciallo Andino, ha un passato misterioso ed oscuro; i tre giovani cittadini Alberto, Marco e Stefania vivono senza regole e sono succubi della fascinazione del potere e della ricchezza; l’ingegner capo Vizzoli ha costruito un impero economico partendo dal nulla: come loro, ogni personaggio del libro sembra convinto delle scelte di vita che ha fatto, ma è nel difficile equilibrio tra consapevolezza e inconsapevolezza che si giocherà l’intera partita e si arriverà alla soluzione finale del caso.

Il crinale di una montagna diventa il luogo di incontro reale e metaforico di due universi opposti. Le esistenze parallele dei personaggi di paese e di città si dispiegano a distanza di poche decine di chilometri, ma non potrebbero essere più diverse: ci parlano di due mondi che conosciamo o dovremmo conoscere molto bene, che appartengono all’uomo nel suo essere passato, presente e futuro, suggerendoci, tra le alte cose, di riflettere sulla bellezza della vita”.

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soneriUn anziano con disturbi della memoria viene rovato morto nella clinica dove è ricoverato, in ua Parma fredda e nebbiosa il sindaco scompare, c’è poi qualcuno che vive di notte e attraversa il greto del fiume. Per il commissario Soneri si tratta di una indagine difficile, complessa, dove torna prepotente il “contesto”. Una indagine dove si mischiano politica e malaffare, l’apparenza e i soldi e dove non scampano alla crudeltà neppure gli animali, i cani quelli che sarebbero i migliori amici dell’uomo. E’ una indagine frenetica, fatta di alti e bassi, di colpi di scena e di colpi alla giustizia intesa da Soneri. Ma Soneri è tenace e caparbio poco avvezzo all’utilizzo nei nuovi strumenti tecnologici, ma intuitivo e “vecchio stile” e deve fare i conti con “la strategia della lucertola”. E’ avvincente il libro di Valerio Varesi “Il commissario Soneri e la strategia della lucertola” forse uno dei più appassionati quasi un preludio a Lo Stato di ebbrezza, dove si incrociano eventi apparentemente distinti l’uno dall’altro, episodi “strani”, scollegati che avvengono in una città dilaniata dalle manifestazioni, dalle proteste, da politici corrotti, falsari notturni e cani che si ribellano. Un consiglio di lettura per chi non cerca il solito giallo, ma vuole un libro dove si racconta la realtà anche quella più drammatica.

Una frase che mi è piaciuta, tra le molte del libro è stata quella di Soneri “La colpa della nostra generazione è questa. Penavamo che le conquiste fossero per sempre e invece vanno consolidate, difese. Ci è mancata la manutenzione delle nostre idee. Le abbiamo lasciate arrugginire”.

Assolutamente da leggere e, strano per un giallo, da rileggere.

Elena


settiminoUn lettore ci invia un consiglio di lettura: “Il settimino” di Fabrizio Borgio è anch e in formato Kindel. La trama: “Nel folklore piemontese, un bambino nato prematuro al settimo mese viene chiamato setmìn, il Settimino. Secondo tradizione, è dotato di oscuri e terribili poteri sovrannaturali. Davide Bo è un Settimino; e questa è la sua storia”.


donneAl ballottaggio, al ballottaggio!

C’era un poco di vento che soffiava sulle bandiere appese fuori dalle scuole. Chiuse per la loro attività consueta, ma aperte e diventate seggi elettorali. La sfida era arrivata agli sgoccioli: dopo mesi di agguerrite battaglie, con colpi anche bassi, tra i candidati, 6 in totale, ora erano rimasti in due. Proprio come nei quiz televisivi: Maria Adalberto si contendeva la poltrona di sindaco con Ada della Maria. Due donne al ballottaggio non si erano mai viste. In realtà nel piccolo e arroccato paese di Belledonne, nonostante il nome, di donne sindaco non si erano mai viste e neppure si era mai visto il ballottaggio. Quell’anno però (bisestile) era diverso: si rompevano gli schemi e non solo quelli. Dopo un anno di commissariamento dell’amministrazione comunale, adesso le due candidate erano sul ring di una competizione di Wrestling. Alle 7 i seggi avevano aperto i battenti, il sole si era stiracchiato sulle nuvole basse, il vento aveva preso a giocare con le bandiere e dai bar si sentiva il ciottolio delle tazzine. Nell’aria vibrava anche un insolito profumo di pane fresco. Strano di domenica, ma Muhamed che aveva fiuto per gli affari aveva deciso di aprire il piccolo forno che si affacciava sulla piazza principale della città. Se c’è gente che esce da casa, magari compra il pane, aveva pensato.

Maria ed Ada avevano la stessa età, 40 anni, un marito e un figlio la prima, un marito e un cane la seconda. La sfida era tutta a sinistra perché per uno strano caso del destino le due candidate, amiche fin dall’infanzia e tutte e due da sempre militanti nello stesso partito, ad un certo punto si erano trovate l’una contro l’altra a tirarsi borsate sulla faccia. Maria aveva deciso di lasciare il Partito nel quale aveva militato fin dalla giovane età per spostarsi più a sinistra, Ada aveva scelto di continuare a credere in quello che da sempre era stato il suo punto di riferimento politico.

Sui manifesti lungo le strade comparivano i volti delle due signore: bruna Maria con un piglio da primadonna. Capelli corti, occhi azzurri, sorriso statico come fosse la pubblicità di un dentifricio, zigomi alti illuminati dal fard. Capelli lunghi e morbidi, biondi tendenti al castano quelli di Ada. Occhi marroni penetranti dietro gli occhiali dorati, sorriso compito, aria da bellabambolina.

In città la competizione si era fatta, soprattutto nel ballottaggio, più violenta, i toni erano diventati più accesi, e non erano mancati i colpi bassi: venne fuori la storia del marito di Maria che aveva avuto un “rendez vou” con Ada e quello di Ada che era stato ritrovato solo con i calzini in una stanza d’albergo con un consigliere comunale di opposizione. Tra un programma per la città e un’idea nuova da costruire, erano saltati fuori i trascorsi del figlio di Maria che anche se minorenne era stato trovato con addosso tanta di quella “maria” da parere più un coltivatore diretto che uno studente liceale. Non si era salvato neppure Bongo il cane di Ada, accusato di essere un disturbatore seriale di gatti delle colonie. Poi nell’ultima settimana prima del ballottaggio la guerra si era fatta più acuta e personale colpendo le singole candidate. Di Maria si diceva che avesse gli attributi maschili e le piacessero più le donne che gli uomini, di Ada si diceva che le andava bene chiunque, ma preferiva gli uomini sposati.

In questo clima più da circolo di lettura tra pensionate, o redazione di qualche giornale di gossip, c’era anche il futuro della città. Maria la voleva “bella”, Ada la voleva “pratica”. Dietro alle due candidati i due schieramenti con un tifo da stadio cercavano di conservare il proprio orticello. Più che una competizione elettorale sembrava una resa dei conti e la città di era divisa: sul lato destro i seguaci di Maria, sul lato sinistro i partigiani di Ada.

Mancava poco alla chiusura dei seggi e ancora Maria e Ada non si erano viste nei loro comitati elettorali. Erano uscite di casa, Maria puntuale alle 9.30 e Ada si era allontanata dopo aver salutato il marito e Bongo pochi minuti prima delle 10. Entrambe avevano detto “Vado al comitato elettorale”. Ma dopo due ore ancora di Maria e di Ada nessuna traccia. Eppure per entrambe, residenti in città il comitato elettorale era a pochi minuti di distanza dalla propria abitazione. Cosa era successo? Dove erano andate a finire?

Continuate voi, se volete, la storia… pubblicheremo i migliori!

Elena

 


giallo in cucina 2 giallo in cucinaCosa hanno in comune un arancino, un tramezzino, un merluzzo fritto e lo stufato? Tutto commestibile, direte! Vero, ma hanno in comune il “giallo”, questi, infatti sono alcuni cibi che uniscono alcuni protagonisti della letteratura noir o gialla come Montalbano, Duce Lamberti, Poirot, Wallander e Rocco Schiavone che, per gli appassionati del commissario romano “inviato” ad Aosta e creato da Antonio Manzini, uscirà l’ultima avvenuta il 7 luglio prossimo.

Ecco un interessante percorso costruito dalla nostra collega Susanna Cressati su cibo e giallo.

Premessa per gli “ sherlockholmesofili”

Non sono una vera sherlockholmesofila (!?), però qualche libro l’ho letto dell’immortale e prolifico sir Arthur Conan Doyle, e qualche filmino l’ho visto (con Basil Rathobone e Nigel Bruce nel ruolo del Dottor Watson. E con l’eccentrico Jeremy Brett e David Burke nei panni del Dottor Watson). Ma non mi pare di aver colto nel famoso investigatore, sestese d’adozione, una qualche propensione ai piaceri della cucina, benchè pare che la signora Hudson, padrona di casa al 221B di Baker Street, fosse un’ottima cuoca. Ma quando c’è da investigare, Holmes non conosce riposo né cibo (quello vero, naturalmente). Forse le sue frequentazioni dei bassifondi, sotto travestimento, lo hanno portato ad accontentarsi delle pietanze più rudi. Non è astemio. E questo è quanto.  

Gli altri: personaggi e ingredienti

Kurt Wallander, di Henning Mankell: 

commissario della polizia di Ystad, Svezia. Mangia quando può, dove può. In genere schifezze da fast food, se va al ristorante non sa che piatto gli mettono davanti. A casa infila nel microonde una confezione di qualcosa, mangia e si addormenta sul divano. Beve, talvolta anche forte, per lo più vino. E molto caffè. Non a caso è colpito dal diabete. Sua figlia Linda cerca di redimerlo mettendo bigliettini terroristici in giro per la cucina, e in frigorifero sui piatti di insalata già pronti: “Mangiami o morirai”.

La storia di ripete per altri personaggi collocati nel nord, ad esempio l’agente cinquantenne Erlendur Sveinsson, creato dall’islandese Arnaldur Indriðason. Sarà che Erlendur è un sopravvissuto di una antica tempesta di neve nella quale ha perso la vita il fratellino, è divorziato da sempre e ha due figli, un alcolista e una drogata. Allegria di naufraghi.

Invece gli abitanti di Lewis, una delle più remote isole delle Ebridi esterne narrati dallo scozzese Peter May, sono ghiotti di carne di guga, le nostre sule, e per procacciarsela mandano i loro giovani ogni sull’An Sgeir, una striscia di gneiss lunga un chilometro a largo dell’isola di Lewis, battuta da continui venti e da mostruose mareggiate che risalgono a sud-ovest. Dove rischiano la vita in una sorta di rito di iniziazione per accaparrarsi l’improbabile manicaretto.

Hercule Poirot, di Agata Christie: 

“Cosa le piace della cucina inglese, Poirot?” “Gli inglesi non hanno una cucina, Hastings, hanno solo del cibo!”. Belga in Inghilterra, mangia stufato, coniglio alla fiamminga, piedini di maiale, sogliola o pesce di lago, la cucina scipita degli alberghi “marittimi” di Bournemouth, Brighton, o sul lago di Windermere. Tartine e dolci (Torta di crema al limone). Goloso di cioccolata e caffè, beve vino (non birra) creme de mente, creme de banane, chartreuse, il pomeriggio e la sera una non ben identificata tisana preparata dalla solerte miss Lemon. Ma non fa storie in nessuna occasione (ha vissuto la prima guerra) e non si abbuffa. A casa cucina le amate ricette di sua madre, che serve meticolosamente agli amici, il capitano Arthur Hastings e l’ispettore di Scotland Yard James Japp, che però preferirebbe di gran lunga il montone e le patate della invisibile moglie. Poirot non manca di rigovernare piatti e tazze, con cura maniacale.

Jules Maigret, di George Simenon:

da bambino a Saint-Fiacre, un piccolo villaggio immaginario nell’Allier, la mattina mangiava scodelle di minestra (chissà se di latte o di brodo) come i contadini. A Parigi si affida alle cure della moglie Louise, nata Léonard in Alsazia.  La sua è una cucina continentale, di zuppe  e arrosti (agnello, montone, maiale), interiora  (fegato, animelle), dolci impegnativi (torta di riso, l’alsaziana torta con le susine). Quando mangia fuori ama le salsicce con i crauti, la formidabile cassoulet, il bianchetto di vitello, le coq au vin. La zuppa di cipolla nelle infime trattorie di Les Halles. Sul fiume, dove lo portano spesso i casi che segue e rarissime occasioni di pausa, ordina ghiozzi, pesce d’acqua dolce, nelle località dei mari del nord predilige i frutti di mare (coquille Saint Jacques, cozze). Quando è malato la moglie gli prepara la crema al limone, per tirarlo su. E’ goloso e anche un po’ smodato. Beve come una spugna, ovunque, a tutte le ore, vino bianco, cognac, birra. Non ama lo champagne né il wisky.

Nero Wolfe, di Rex Stout: 

americano di origine montenegrina, pesa circa 150 chili e condivide la casa di arenaria con Archie Goodwin, originario dell’Ohio. Si affida a un cuoco “residente”, lo svizzero Fritz Brenner, così come delega (ma fino a un certo punto) al giardiniere Theodore Horstmann la cura di una formidabile collezione di orchidee sistemata in una serra sul tetto. Quando, rarissimamente, esce di casa per cenare sceglie il ristorante Rusterman, gestito dal compaesano Felix Mauer. L’ambita ricetta delle “salsicce mezzanotte” comprende tra gli ingredienti: cipolle, aglio, cioccolato, grasso d’oca, brandy, burro, brodo di manzo, vino rosso, timo, rosmarino, zenzero, noce moscata, chiodi di garofano, pane grattugiato, pancetta bollita, lonza di maiale arrosta, arrosto d’oca, fagiano arrosto, pistacchi, intestini di maiale. Beve birra. A fiumi, nascondendo i tappi nel cassetto della scrivania. Ogni tanto, quando è solo, li conta.

Pepe Carvalho, di Manuel Vasquez Montalban:

spagnolo, vive a Barcellona, suo aiutante e cuoco è Biscuter (José Plegamans Betriu), Carvalho cucina piatti assurdi ad ore assurde, bevendo quantità spaventose di vini e liquori, e chiudendo il tutto con dei sigari, a volte buoni (Lusitania Pertegaz,

Montecristo), e altre volte pessimi (Rey del Mundo, Macanudo). Come tutto nella

gastronomia di Carvalho: zuppe, bisque e aragoste, tartufi e baccalà, polpette

di seppie e gamberi e trippa. Ama accostare alla nouvelle cuisine il peggior vino da tavola, e al piatto piú semplice il bordeaux piú pregiato. Una cosa che non va bene: dopo mangiato brucia i libri.

Kostas Charitos, di Petros Markaris:

Dicono di lui: insolito personaggio, con la sua caustica ironia, il suo dolente fatalismo, la sua fragile umanità, i vizi ed i vezzi che lo caratterizzano con originalità e simpatia.  Un antieroe in preda ad una personale mania, che persevera con coerenza nel suo ruolo di indagatore-burocrate mal pagato. Un uomo reale, un “eroe borghese” che ingaggia le sue impari lotte con il male fisico (che combatte con l’indifferenza fino all’infarto) e con il male epocale della crisi dei valori più semplici: la famiglia, l’amore parentale, quello filiale. Accanito consultatore del Dizionario greco Dimitrikos, è ghiotto di gemistà (peperoni e pomodori ripieni) e dolmades (involtini di voglie di vite). Nei libri del suo autore ci sono spesso dispute tra la cucina greca e quella turca (lentezza nel degustare).

Yashim, di Jason Goodwin:

eunuco, investigatore a Istambul nella prima metà dell’800. Nel libro “Il serpente di pietra”  cucina un semplice pilaf con burro (a volte con spezie, mandorle e albicocche). Ma descrive così un piazzo di Mezè: “Pelle fritta di sgombro spinato, svuotato della polpa e farcito con pinoli e spezie, uskumru dolmasi; Borek in miniatura al formaggio e aneto (sorta di crepe a sigaro fritte); gusci di cozze ripieni con composto di pinoli; karniyarik, piccole melanzane farcite con agnello aromatizzato, kebak cicegi dolmast, fiori di zucchina ripieni”. Scopro cosa significa “dolma”, bocconi (ora si direbbe “finger food”) in cui l’esterno non tradisce il contenuto interno, misteri elaborati nelle cucine del sultano. Poi pilaf e stufato di agnello con prugne in agrodolce. E infine il “succo aromatico del fagiolo arabo”: il caffè.

Duca Lamberti, di Giorgio Serbanenco: 

giovane medico milanese radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia e spinto, dall’amico del padre poliziotto, alla carriera di investigatore. Siamo nella seconda metà degli anni ’60, in una Milano dura e grigia. La gente ha ancora ricordi di privazioni del tempo di guerra. La sorella di Duca è una ragazza madre. Lui cerca di  aiutarla. Una volta però porta a casa sua un ragazzo sporco e affamato, appena uscito dal riformatorio. Vuole salvarlo da quel degrado. Lo lava. Lo sfama. Gli rovescia nel piatto quello che in quegli anni viene considerato un lusso: tagliatelle, sugo, una bistecca e un uovo al tegamino in cima. Il giorno dopo con la sorella compra le verdure per il minestrone, il simbolo del calore familiare. Non sempre l’odore di minestra è triste. Invece il liquore forte di anice è omicida. Quando Duca mangia fuori va in trattoria e mangia da “uomo”: spaghetti, merluzzo fritto, pecorino.

Commissario Salvo Montalbano, di Andrea Camilleri:

Lui non cucina mai. Roba da donne, la cucina. Ma è un uomo di appetito. A casa si fa preparare qualcosa dalla donna che lo “governa”, Adelina. Direi la salsa corallina in primo luogo. La pasta “ncasciata”. Mi pare anche qualche pesce, ma non so spiegarmi quale pesce stia bene nel frigorifero. Mangia spesso nella trattoria San Calogero, ossequiato anche troppo a tutte le ore. C’è un episodio bello. Va dalla sorella, che vive in campagna, con famiglia e ospiti giovani. Per la strada compra un vassoio pesante di dolci. Nella grande casa trova un grande tavola, con tanti giovani intorno. Contadini. Si mangia pasta con la salsiccia, e salsiccia di secondo. Poi i giovani si avventano sui dolci, e poi tornano a lavorare. Una Sicilia diversa.

Susanna Cressati


cinghialeCi piacciono i contributi, i consigli di lettura, le curiosità, i nuovi e vecchi libri ed ecco che da Ex Libris una associazione di Sesto Fiorentino, ci arriva la segnalazione di una recensione curata da Silvia Cioni del libro “La teologia del cinghiale” di Gesuino Némus. E visto che a noi è piaciuta la proponiamo ai nostri lettor.

“Siamo in Sardegna nel luglio del 1969, durante i giorni del primo epico sbarco dell’uomo sulla Luna, in un piccolo paese dell’entroterra che presenta – com’è giusto – tutti i segni di un’incrollabile identità sarda, in una variegata quotidianità che oscilla tra il comico e il solenne  e dove, in modo molto sardo, quasi niente viene detto apertamente – ma essendo quasi tutti gli abitanti sardi, la maggior parte di ciò che non viene detto è assai nota (ma solo agli indigeni sardi, naturalmente).

Per il maresciallo piemontese la vita lì non è facile, nonostante la continua e paziente assiastenza dell’appuntato sardo e del parroco del paese, sardo ma anche gesuita (connubio più che micidiale).

Abbiamo dunque uno scemo del villaggio che non parla né canta mai senza un valido motivo, due chierichetti amicissimi e geniali, ognuno in un suo particolarissimo modo, un maresciallo piemontese che comprende ben più di quel che gli viene detto (e ciò nonostante capisce a malapena un terzo di quel che c’è da capire), un fotografo del continente che conosce l’arte del non fare domande e viene perciò preso in simpatia dagli abitanti del luogo, un barista molto amichevole ed ospitale, molti pastori, molti cacciatori (di cinghiali, ma non solo), alcuni latitanti (che, giustamente, latitano, ma lo fanno in zone molto vicine a casa loro), infinite forme di pecorino fresco e stagionato, arrosti e stufati in quantità, gustosi spuntini e squisiti dolcetti – il tutto innaffiato da litri e litri di eccellente Cannonau, un vino tanto buono ma che non si può mandare giù senza qualche piccola conseguenza – e anche alcuni liquori tipici del luogo, che possono produrre effetti piuttosto particolari.

In mezzo a questo rustico e sardissimo scenario, descritto in modo magistrale con l’aiuto di frequenti inserti in lingua (incomprensibili all’italiano medio, ma  gentilmente tradotti in simultanea per non ostacolare la lettura) si insinua in modo sempre più percettibile una trama che finisce per consolidarsi e prendere forma in… un morto… due morti… due morti e mezzo… tre morti.

La soluzione e il finale sono ricchi di sorprese e riprendono con singolare abilità tutti i fili della storia e le apparenti divagazioni, lasciando infine il lettore piuttosto scosso.

Una lettura piacevole e molto ricca, dove gli incisi in lingua sarda si inseriscono con naturalezza e non forniscono solo il colore locale. Consigliato a chi cerca un buon giallo e anche a chi desidera conoscere un pezzo d’Italia abbastanza sconosciuto, o semplicemente una buona lettura.

L’autore prende il nome da uno dei protagonisti, il che vuol dire, in pratica, che è anonimo. Di lui si sa solo che è un esordiente – e, naturalmente, che è sardo. La copertina è assolutamente geniale; come  tutto il libro, del resto. Il libro è uscito nel 2015 per l’editore Ellint”.


Gori non è tempo di morireNatale 1969. Da pochi giorni è avvenuta la strage di piazza Fontana. Il colonnello Bruno Arcieri vuole chiudere col suo passato di ufficiale dei carabinieri e agente dei Servizi. Gestisce, insieme a un gruppo di giovani conosciuti l’anno prima, una trattoria a Firenze e vive un’intensa storia d’amore con Marie. Ma questo momento di difficile equilibrio, di conquistata serenità dura poco. Una vecchia amica, Serenella Giusi Cattani, gli chiede di far luce sulla scomparsa di un industriale fiorentino, scomparsa che sembra collegata proprio alla strage avvenuta il 12 dicembre. Arcieri non vorrebbe essere coinvolto, ma alla fine accetta e torna, dopo molti anni, a Milano sua città natale. Inizia così la nona avventura della serie creata da Leonardo Gori. Ma dire “avventura” e “serie” è estremamente riduttivo e fuorviante. I romanzi di Gori rappresentano un acuto viaggio in trent’anni cruciali e drammatici della nostra storia: Arcieri conosce Pavolini, è a Firenze quando giunge in visita ufficiale, nel 1938, “un messo infernale”; vive i giorni della Liberazione; viene arruolato nei Servizi e fa il suo dovere, anche nel difficile dopoguerra, sempre con la schiena dritta; lui che ama il blues e il jazz impara ad apprezzare, alla fine dei Sessanta, Jimi Hendrix e perfino la musica pop. In Non è tempo di morire troviamo un Arcieri consapevole della sua fragilità, anche fisica, spesso assalito da dubbi, da fitte acute di nostalgia: e bellissimi sono i flash back dedicato alla Milano della sua gioventù. Eppure continua a vivere con partecipazione e curiosità il presente. Viene a capo di una delicata, dolorosa vicenda familiare che ricorda i “roman roman” di Simenon; ed è pronto, alla soglia dei settant’anni, a misurarsi con l’ignobile “strategia della tensione”. No, non è tempo di morire, caro colonnello Arcieri!